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Forcella reagisce alla camorra

A "Le frontiere dello spirito", in onda su Canale 5 il 10 aprile, Gigi Calemme, Bruna Annunziata, Elisa Taglialatela e Genny De Fabbio della Parrocchia della SS. Annunziata Maggiore, Roberto Velardi dell'Associazione Amici di Carlo Fulvio Velardi ONLUS e Giovanni Durante, padre di Annalisa Durante, hanno parlato di come Forcella reagisce alla camorra.
Il programma, in onda la domenica dalle 8.50 alle 9.40 e curato da Maria Cecilia Sangiorgi, ha dedicato le ultime tre puntate a Napoli. Nelle prime due (visibili all'indirizzo http://www.video.mediaset.it/programma/frontiere_dello_spirito/archivio-video.shtml )
sono stati intervistati, rispettivamente, i parenti delle vittime innocenti della camorra (il 27 marzo), don Tonino Palmese S.D.B. e la giornalista Laura Guerra (il 3 aprile).
Qui sotto, lo stralcio della terza puntata dedicato a Forcella

Lettera da Forcella

L'uccisione di Maikol Giuseppe Russo, avvenuta alle 7.30 della sera del 31 dicembre, riaccende i riflettori della cronaca su Forcella, quella zona del centro antico della città dove la più alta concentrazione di emergenze archeologiche, storico-artistiche e monumentali costituisce lo scenario nel quale converge, almeno dal secondo dopoguerra a oggi, la più variegata tipologia di attività illegali e criminali, dal contrabbando alla produzione del falso, dal gioco clandestino all'usura e al parcheggio abusivo, dallo sfruttamento della prostituzione alle estorsioni ai danni di ogni piccola e meno piccola attività commerciale, e, al di sopra di tutto, il traffico e lo spaccio di droga. E' qui che la guerra di camorra che si combatte da mesi in tutto il territorio cittadino, dalle aree centrali alle periferie e ai comuni circostanti, senza che si riescano a intravedere i possibili assetti futuri del potere criminale, ha uno dei fronti più caldi.

Il clima che si vive in questi mesi nella zona, che si percepisce camminando attraverso il fitto reticolo di stradine e vicoletti, parlando con gli abitanti e i commercianti, è caratterizzato da un insieme di smarrimento e di incertezza, di paura e di rassegnazione, che si aggiunge alla quotidiana, "normale" disperazione dei tanti che incontrano sempre più difficoltà a sopravvivere tra lavoro nero e attività illegali. La presenza massiccia e costante dal mese di luglio delle forze di polizia, che di giorno e di notte presidiano il quartiere e che ha portato a decine di arresti e a importanti operazioni di repressione, non basta a tranquillizzare cittadini che vedono lo Stato presente solo nei momenti di più alta tensione tra le bande criminali. E non è bastata, né forse poteva bastare, a evitare la morte di Maikol, e la paura degli abitanti, consapevoli che a camminare per strada, a qualsiasi ora del giorno e della notte, si rischia la vita.
Non si contano, sui quotidiani cittadini, gli interventi che provano a spiegare come l'azione repressiva dello stato non sia sufficiente a sradicare definitivamente la criminalità, in assenza di interventi assistenziali non sporadici e scoordinati, comunque insufficienti, di una lotta serrata alla dispersione scolastica, di seri progetti di valorizzazione economica di un territorio ricchissimo di potenzialità.
Al contrario, alle difficoltà strutturali create dalla frammentazione amministrativa di un territorio unitario, dal punto di vista dell'identità sociale e culturale, che ricade a cavallo tra la II municipalità (Avvocata, Montecalvario, Mercato, Pendino, Porto, S. Giuseppe) e la IV (S. Lorenzo, Vicaria, Poggioreale, Zona Industriale), con conseguente spostamento del centro amministrativo a Poggioreale e marginalizzazione di S. Lorenzo-Vicaria, si sono aggiunti negli ultimi anni provvedimenti che, pur dipendendo da cause diverse, convergono tutti a depauperare economicamente la zona e ad accrescere il senso di emarginazione e di abbandono nei suoi abitanti: il trasferimento del Palazzo di giustizia al centro direzionale, che ha determinato la fine di tutta una serie di piccole attività economiche che trovavano nella presenza del tribunale la loro ragion d'essere e la totale incertezza sul destino di un monumento dall'importanza storica e architettonica di Castel Capuano; la soppressione del Pronto soccorso dell'ospedale Ascalesi; la chiusura con conseguente stato di abbandono e di rovina dello storico Teatro Trianon. Senza parlare della mancata attuazione del Piano di gestione del sito Unesco "Centro Storico di Napoli" Patrimonio dell'Umanità.
La storica mancanza di progettualità e di visione strategica dello sviluppo della zona da parte delle istituzioni è aggravata dalla carenza e dall'inefficienza degli interventi di quotidiana amministrazione. Il personale addetto ai servizi sociali è stanco, demotivato, poco incline ad affrontare con l'indispensabile duttilità e disponibilità, anche umana, le molteplici e gravi esigenze della comunità. L'Asia non è in grado di eliminare lo scempio dei cumuli di immondizia e di rifiuti ingombranti che troneggiano 24 ore su 24 a ridosso delle facciate di chiese e monumenti. La soprintendenza per i beni architettonici non si accorge del recente oltraggio causato all'Ospedale della Pace dall'occupazione dell'intera facciata da parte di un venditore di detersivi e articoli per la casa. La polizia municipale evita accuratamente di regolamentare il traffico e la sosta degli autoveicoli in via Giudecca Vecchia che, in quanto tratto terminale del decumano inferiore, potrebbe attrarre il crescente flusso turistico del centro antico, se opportunamente valorizzata dalla presenza di esercizi commerciali e gastronomici di qualità. E così, quella che dovrebbe essere una seria riflessione sul ruolo dell'amministrazione comunale nel governo della zona scade a sterile polemica sulla presenza o meno del sindaco ai funerali di Maikol.
Nell'attesa di un progetto di rinascita concreto e possibile occorre che le istituzioni supportino adeguatamente e con convinzione i soli soggetti che, a partire dalla conoscenza approfondita degli abitanti e dei loro bisogni, si battono per contrastare questo stato di cose: la scuola, le parrocchie, le associazioni di volontariato, consentendo almeno, fin da subito, l'apertura a tempo pieno delle scuole e rendendo effettivamente disponibili ai giovani e a tutti gli abitanti del quartiere spazi di socializzazione e di aggregazione. Dopo le decine di arresti, che forse sono riusciti a sgominare una delle bande criminali presenti sul territorio, ma che pure non sono riusciti a fermare i raid assassini, bisogna fare ogni sforzo perché non si avveri la funesta profezia di uno dei parroci di Forcella, riportata qualche tempo fa da un quotidiano cittadino: ogni arresto rende disponibile un posto di lavoro al quale aspirano tre giovani. Al contrario bisogna che tutti i napoletani ricordino che il centro storico della città più bella del mondo non finisce a Via Duomo e che Forcella non è un irrecuperabile covo di criminali ma, come ha detto Don Gigi ai funerali di Maikol, un quartiere di gente santa.

Fernanda Tuccillo, già Dirigente scolastico dell'I.C. Adelaide Ristori
Roberto Velardi, presidente dell'Associazione Amici di Carlo Fulvio Velardi ONLUS

Maikol e i ragazzi dei calzini "a rate"

Chissà quante volte, camminando tra Corso Umberto e le piazze del centro storico, mi sarò imbattuto in Maikol. Mi avvicinava con un sorriso dolce e sornione insieme, offrendomi la sua mercanzia anche "a rate", come recitava il suo slogan pubblicitario preferito, e se rifiutavo dicendogli di avere ormai già un cassetto pieno di quei calzini neri, di cui non sapevo che cosa fare, perché porto solo calze lunghe blu, e tentavo invece di offrirgli un caffé, rifiutava offeso, perché Maikol Giuseppe Russo non chiedeva l'elemosina e teneva alla sua dignità di ragazzo onesto, che come altri amici del quartiere si era inventato il mestiere più precario di ogni altro lavoro precario: quello di venditore di calzini "a rate".

Le indagini delle forze dell'ordine sono in corso e per il momento non si sa chi lo abbia ucciso né perché. Colpito a morte da un proiettile vagante o scambiato per un altro, come Genny Cesarano, o colpevole solo di conoscere un membro del gruppo rivale, come Luigi Galletta, in un quartiere dove è inevitabile conoscere tutti, buoni e cattivi? Una cosa è certa: dopo un breve periodo di tregua apparente a Forcella tornano a morire innocenti, per mano di bande criminali il cui sport preferito, da un po' di tempo a questa parte, è imbottirsi di droga e correre all'impazzata sulle moto sparando dove capita e a chi capita, nel tentativo di affermare la supremazia criminale sul territorio. Così si può morire alle 7.30 di sera, mentre chiacchieri con gli amici al bar. E' capitato a Maikol e poteva capitare a chiunque, mamma o bambino, residente o turista di passaggio.
Che cosa poteva avere a che fare con la camorra un ragazzo di 27 anni che usciva tutte le mattine, con il sole e con la pioggia, per racimolare il poco necessario a far mangiare i suoi due figli di 4 e di 1 anno? E' alla logica dell'illegalità e della violenza criminale che si è voluto sottrarre Maikol e i suoi amici venditori di calzini "a rate", ragazzi vissuti fin da piccoli nell'indigenza, respinti da una scuola che non ha saputo accoglierli, privati di spazi di gioco e di occasioni di sana socializzazione, in un quartiere, Forcella, nel quale alla crisi che ha reso i poveri più poveri si sono aggiunti il trasferimento del Palazzo di giustizia al centro direzionale, che ha determinato la fine di tante piccole attività economiche che trovavano nella presenza del tribunale la loro ragion d'essere, la soppressione del Pronto soccorso dell'ospedale Ascalesi, la chiusura e il conseguente stato di abbandono e di rovina dello storico Teatro Trianon. E che, pur ricco di importantissime emergenze archeologiche, artistiche e monumentali, scarsamente o per niente valorizzate, non riesce a intercettare i benefici economici derivanti dal flusso turistico, perché gli stessi napoletani credono che il centro storico finisca a Via Duomo. Ma che pure, come ha ricordato Padre Gigi, nella sua omelia alla messa funebre per Maikol, è un quartiere di gente santa, come Maikol e come i suoi amici venditori di calzini "a rate".

Roberto Velardi

Dove possono giocare i ragazzini del centro storico di Napoli?

di Carlo Fulvio Velardi

Una volta, mi pare l’anno scorso, giocavo a pallone, come sono solito fare, nel centro storico di Napoli con dei miei amici; a un certo punto un vigile ci chiese di andar via, noi insistemmo perché ci sembrava di non dare fastidio a nessuno, allora senza pensarci due volte io gli chiesi dove potevamo andare, ma egli non mi seppe rispondere: costretti ce ne andammo.
Io sono un ragazzino di dodici anni, vivo nel centro di Napoli da quando sono nato, ritengo di conoscere la mia città abbastanza bene, ma non ho mai visto o sentito parlare di un parco o uno spazio dove sia permesso ai bambini di giocare. Parchi a Napoli ce ne sono, ma nel centro storico? E dove si possa giocare a pallone senza infrangere le regole? Personalmente non ne conosco. Molto probabilmente io le regole le ho infrante giocando a Piazza del Gesù, a Piazza Dante, a Santa Chiara, ma se non fossi andato lì non sarei capace neanche di rincorrere una palla.
Non ci si può lamentare con i vigili, d’altronde è il loro lavoro, io mi lamento con l’assessore competente.
Comunque non siamo solo noi ragazzi a soffrire di questa mancanza, anche gli anziani e le mamme con i bambini. Basta pensare che un anziano o una mamma che abitano nel centro storico debbono prendere dei mezzi pubblici per raggiungere un parco dove fare una passeggiata. E per cercare di trovare una fermata dell’autobus o una stazione della metropolitana le madri e gli anziani devono stare attenti alle auto che non rispettano i semafori, devono cercare di respirare il meno possibile lo smog, ma soprattutto devono stare attenti alle pallonate dei ragazzini che, giustamente, non sanno dove giocare.

Novembre 2008

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